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Ho scritto L’Agnese va a morire come un romanzo, ma non ho inventato niente…
[tratto da “La mia guerra partigiana”, in R. Viganò, Matrimonio in brigata, pp. 143-162]

È  la mia testimonianza di guerra. È la ragione per cui la Resistenza rimane per me la cosa più importante nelle azioni della mia vita. L’ho vissuta prima di scriverla, e non sapevo di viverci dentro giorno per giorno. Il personaggio dell’Agnese non è uno solo. Non ho conosciuto una donna che si chiamasse Agnese e che abbia compiuto quello che ho raccontato di lei. Ma tante «Agnese» sono state insieme a me nei fatti e negli eventi … L’Agnese è la sintesi, la rappresentante di tutte le donne che sono partite da una loro semplice chiusa vita di lavoro duro e di famiglia povera per aprirsi un varco dopo l’altro nel pensiero ristretto a piccole cose, per trovarsi nella folla che ha costruito la strada della libertà…
Ho incominciato la mia lotta partigiana in compagnia della paura. In principio, mentre ero ancora a Bologna, mi terrorizzavano le incursioni aeree. Non riuscivo a raffigurarmi che cosa fosse il crollo di una casa, credevo che i muri si rovesciassero come quinte, invadendo tutti gli spazi, creando monti di pareti sovrapposte, con le persone sotto … Ai primi bombardamenti vidi che invece i portici, le costruzioni, i campanili, si affondavano, si sfacevano, quasi si risucchiavano nel vuoto del sottosuolo. Rimaneva molto meno di quanto credessi … Il fatto è che a quel tempo ero sola, con mio marito già partigiano e il mio bambino [Agostino detto “Bu”] per il momento in salvo, perciò mi abituai a pensare che finché vedevo e sentivo, voleva dire che ero viva…
La Pasqua, nell’anno 1945, cadeva il primo aprile, e non era un pesce. Sapevamo tutti che il giorno dopo, finalmente sarebbe cominciata da parte degli alleati, in ritardo di quasi un anno, la tanto attesa offensiva di primavera, altrimenti detta “liberazione”. Per noi partigiani voleva dire sgomberare il terreno dal primo all’ultimo tedesco che vi fosse rimasto, in caso contrario gli angloamericani, arroccati da sei mesi sul fronte di Alfonsine, e intenti a tirar granate a non finire … non avrebbero fatto il minimo passo in avanti. Non si trattava di un’impresa da poco, poiché i nazi, da soli, (ché le brigate nere si erano già sfatte da un pezzo in diversi modi di sparizione) si dimostrarono duri da smuovere.…
E avanti con l’offensiva! I bollettini di Radio Londra … davano strabilianti notizie: «L’esercito angloamericano avanza e si attesta sulla sponda destra del fiume Menate», cioè quel canale dove i “velocipedi” di Comacchio, barche veloci larghe un metro e lunghe otto, dovevano entrare a prora dritta, e dare indietro con la poppa, altrimenti non riuscivano a voltare.…
E avanti con la liberazione! E i primi inglesi che vidi stavano accucciati contro un terrapieno, e sparavano verso le mura scalastrate della fornace, perché un carro armato tedesco tempestava coi cannoni … e uno di loro mi fece un gesto iracondo per ordinare che mi buttassi a terra.…
Fu una giornata eterna, la morte sempre al fianco. Un “dodici” di aprile scuro come novembre, con le nuvole basse da cui non cadeva nebbia né pioggia, ma quasi un fiato sparso, intriso, rabbrividente. Avevo perso il contatto coi miei … anche il mio bambino l’avevo lasciato con le donne della Pecorara, una casa di contadini in cui erano ammassati più di quattrocento civili …
Questa era la guerra nella nostra valle, che non è mare né fiume né lago ma acqua stagnante, bianca, sbattuta fra dossi e barri quando c’è vento, più torbida e sfatta che non il cielo, colma di alghe, con correnti sommerse…
Mi sentivo salda e salva in un orizzonte di pioggia, tra spari e scoppi, in linea. E così è stato per me il giorno della liberazione.

 

 

 

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