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Mesola vede nel 1943 l’arrivo delle truppe tedesche, che – consapevoli di un probabile sbarco degli Alleati nella zona tra Porto Garibaldi e Volano – individuano nella località la zona strategica per l’attraversamento del Po di Goro e imboccare la strada di Venezia: il delta del Po, le paludi, i canali artificiali della bonifica sono già uno sbarramento ottimo, naturale, contro l’esercito nemico.
A Mesola sono di stanza due battaglioni tedeschi. Le scuole comunali diventano una caserma, la sede operativa è installata al secondo piano del Castello Estense, l’ex caserma dei Carabinieri è adibita a carcere, dove passano i sospettati e i partigiani arrestati prima del trasferimento, di norma, alle “fasanare” di Codigoro. Dall’edificio i prigionieri escono, scortati dai fascisti, per andare nel Castello dove vengono interrogati.
L’esercito tedesco si attiva subito per realizzare qui uno stralcio della linea difensiva tra Bologna e Comacchio (“linea Gengis Khan”): lo sbarramento più imponente è collocato proprio a Mesola, lungo la vecchia strada Romea, dove viene costruito il primo gruppo di bunker (fortini) lungo la barriera naturale del Canal Bianco e, poco più a nord, del Po di Goro. Altri fortini vengono costruiti nelle pinete di Motte del Fondo e Ribaldesa per bloccare il passaggio della Romea.
Il cambio di strategia da parte delle forze alleate rende inutile lo sbarramento, poiché la “linea Gengis Khan” rimane lontano dai combattimenti (il secondo sbarco degli Alleati è avvenuto ad Anzio).

I “furtìn” di Mesola: il sistema dei bunker
La conformazione del territorio del delta del Po – con le paludi, i rami del grande fiume e gli ampi canali artificiali – è il presupposto per la realizzazione, da parte dei tedeschi arrivati in zona nel 1943, di una parte della linea difensiva Bologna - Comacchio, detta “linea Gengis Khan”. La distruzione dei ponti e la costruzione di postazioni fortificate avrebbero fatto il resto, bloccando ogni tentativo di sfondamento. A partire dall’inverno del 1943 vengono costruite difese a Codigoro, muri di sbarramento a mare nella zona degli attuali Lidi di Comacchio, mentre lo sbarramento più imponente è collocato a Mesola, lungo la vecchia strada Romea.

Nella primavera del 1944 la costruzione dei “fortini” (bunker) è terminata, grazie all’incessante impegno di manodopera locale, una cinquantina di giovani attorno ai vent’anni che lavorano in qualsiasi condizione di tempo, per un minimo di dodici al giorno, come racconta un testimone di Mesola, reclutato mediante l’ufficio di collocamento dai tedeschi, che costantemente monitorano lo stato dell’opera. Il badile e la carriola erano i nostri strumenti di lavoro, – prosegue – si iniziava dagli scavi per passare in seguito alla posa del calcestruzzo e alla creazione dell’armatura in ferro.... Assunti dalla ditta Todt di Monaco di Baviera (impresa per la costruzione di strade convertita in struttura paramilitare specializzata in bunker) con lo stipendio mensile di 500 lire, i giovani non hanno molta scelta, come racconta un altro testimone: o ti impiegavi nei cantieri della Todt o finivi a lavorare in Germania o peggio al fronte in prima linea.
Il primo gruppo di fortini viene costruito a Mesola, lungo la barriera naturale data dal Canal Bianco (difeso anche da postazioni armate all’aperto) e, poco più a nord, dal ramo del Po di Goro; segue la costruzione di quelli di Motte del Fondo e Ribaldesa per bloccare il passaggio da sud a nord della strada Romea: in tutto 25, dei quali 20 ancora visibili, mentre 5 sono stati atterrati per la creazione della zona industriale. Altri fortini sono costruiti a Rivà, sulla sponda veneta. Da notare che le postazioni difensive avrebbero dovute essere costruite sotto terra, rendendole mimetiche, ma di fatto ciò era stato impedito dalla natura del terreno.
Nel frattempo il contesto strategico cambia, contro le previsioni: il secondo sbarco avviene ad Anzio e gli Alleati risalgono via terra la Penisola fino a sfondare le postazioni della Linea Gotica sull’Appennino nell’estate del 1945. I fortini non sono stati armati, anche perché le armi servono dove c’è battaglia sulle diverse linee del fronte e la linea difensiva è lontana dai combattimenti. La veloce avanzata delle forze alleate fa sì che i tedeschi abbandonino Mesola, non senza aver fatto saltare i ponti sul Canal Bianco.

Goro, 28 marzo 1944: l’eccidio della “Macchinina”
La “Macchinina” è  il nome di una località tristemente famosa per un eccidio compiuto dai fascisti, affidato materialmente al capitano della Guardia Nazionale Repubblicana, che si avvale di una squadra di famigerati “tupìn”. Nel pieno periodo della Repubblica Sociale Italiana, il 27 marzo 1944, con un’azione contemporanea vengono prelevati dalle loro abitazioni tre uomini a Ferrara – Narciso Visser, Ernesto Alberghini, Augusto Mazzoni, compagni di lavoro alla Società Elettrica Padana – e quattro a Jolanda di Savoia – Enrico Luppi, Luigi Cavicchini, l’ingegnere Cesare Nurizzo, impiegati nello zuccherificio, e il parroco del paese don Pietro Rizzo –. È una rappresaglia per l’uccisione, per mano di partigiani rimasti ignoti, di due fascisti della 2a Compagnia della Guardia Nazionale Repubblicana di Portomaggiore, in servizio a Longastrino.
Le vittime della retata si incontrano a Mesola, dove prendono la strada di Goro a bordo di un camioncino. Poi, a piedi, fino alla “Macchinina”, poco lontano dall’abitato di Gorino, dove si compie la spietata esecuzione, alla quale scampano per miracolo Narciso Visser e Cesare Nurizzo.

All’alba del giorno dopo l’arresto, sulla riva del Po, ai due militari incaricati dell’esecuzione viene ordinato di sparare ai condannati, ma hanno un attimo di incertezza... rifiutano di fare fuoco, nonostante le sollecitazioni del comandante e la voce stessa di un morituro, solenne e tragica, quella di Cesare Nurizzo: “non è questo il modo di uccidere degli onesti lavoratori, senza processo,senza condanna... Noi non siamo dei comuni delinquenti”. Il comandante estrae l’arma e gli spara: mancato. Intanto Luppi scappa affrontando il fiume con energiche bracciate attraverso un canale, ma viene fermato da una raffica rabbiosa di mitra. Nurizzo si getta a terra mentre il comandante inizia a sparare ai condannati, che cadono uno ad uno. Quando Mazzoni viene colpito, Visser, che gli è a braccetto, si lascia scivolare a terra anticipando la caduta terminata sotto il corpo esanime di Mazzoni. Don Rizzo, rantolante, riesce a dire le sue ultime parole: “Io non sono ancora finito”, spezzate da una scarica di mitra.

 

TESTIMONIANZE/APPROFONDIMENTI 

«Se ho fatto qualcosa di buono lo debbo a tutta la mia famiglia...»

 

 “Da questo momento per noi ti chiami ‘Pietro’...

 

 

BIBLIOGRAFIA

Anna Maria Quarzi, Delfina Tromboni, La resistenza a Ferrara 1943-1945. Lineamenti storici e documenti, Bologna, Clueb, 1980;
L’eccidio della Macchinina, «La Nuova Ferrara», 30 marzo 2006; Davide Guarnieri, La libertà nel fiume. L’eccidio fascista della Macchinina. Goro (Ferrara) 28 marzo 1944, Pisa, BFS, 2007;

Vito Paticchia, Marco Boglione, Sulle tracce della Linea Gotica: il fronte invernale dal Tirreno all’Adriatico in 18 tappe, Saluzzo, Fusta ed., 2011;

Circuito turistico per i sentieri dei bunker, «Il Resto del Carlino», 4 gennaio 2013. Lavori della classe III D di Bosco Mesola per il “Campionato di giornalismo” promosso dal quotidiano «Il Resto del Carlino» (cronaca di Ferrara, 13 aprile 2010, p. 11).

Davide Guarnieri,, Il comandante Pietro. Walter Feggi e la resistenza nel basso ferrarese, Ferrara, Corbo, 2008;

Testi a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

 

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