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“Da questo momento per noi ti chiami ‘Pietro’...

Durante l’estate alla Casona il diciottenne Walter prende confidenza con le idee socialiste attraverso le chiacchierate con il nonno Cherubino e l’incontro con Alceste Ricciarelli, collega del padre Servilio, nella primavera del 1944. A seguito della disgregazione del movimento antifascista ferrarese dopo l’eccidio del Castello estense di Ferrara (15 novembre 1943), ferve l’attività per tentare di riorganizzarlo. Le conoscenze di Walter si allargano... Si parlava di libertà, del significato di democrazia e aprire il cervello a queste nuove cose, anche per me, cresciuto in una società fascista, era qualcosa di eccezionale. Dopo tanti colloqui con Ricciarelli arriva il momento di ampliare il gruppo e di portare gli esponenti del movimento resistenziale di Ferrara nel Basso Ferrarese. Gli incontri hanno luogo alla Casona, invitati da Walter – io gli ho detto di venire alla Casona ... L’ho fatto ingenuamente – senza rendersi conto di mettere in pericolo la famiglia, esponendola troppo per qualcosa che “non è più un gioco”, come gli spiega Arnoldo Azzi, che gli impone ‘Pietro’ come nome di battaglia. Nell’estate del 1944 qualcosa si muove e intanto nella Casona si organizza la Resistenza, si imposta l’organigramma della 35a Brigata “Bruno Rizzieri” – di cui Walter/Pietro diventerà comandante del secondo distaccamento, nonché capo del settore partigiano di Massenzatica-Monticelli – impegnandosi in un contesto politico molto delicato tra i settori predisposti nel Basso Ferrarese.
Due episodi del novembre 1944 compromettono le sorti del movimento: l’uccisione, sebbene l’intento fosse di disarmarli, di due appartenenti alla 24a Brigata Nera da parte di un gruppo di partigiani di Serravalle e l’attentato alla caserma della Guardia Nazionale Repubblicana di Berra. Tra equivoci, serrati confronti fra “interventisti” e “attendisti” (tra cui Feggi), appostamenti, esecuzioni e pesanti silenzi arriva anche per Walter il momento di cadere nelle mani dei nazifascisti: viene arrestato alla Casona nella notte del 14 dicembre 1944, dopo essere stato malmenato. Viene arrestato il nonno Cherubino (‘Lazzaro’), mentre Servilio (‘Fiore’) scampa alla retata. Durante le concitate fasi dell’arresto, Walter nasconde tra le fasce del figlio neonato la mappa dei fondali della Sacca di Goro, che arriverà nelle mani degli Alleati.
Condotto a Mesola, dopo giorni di interrogatori e di torture, Walter viene consegnato, insieme ad altri partigiani, alle Brigare Nere di Ugo Jannuzzi di stanza a Codigoro, dove arrivano il 22 dicembre. Le “fasanare” sono sovraffollate e il gruppetto è rinchiuso provvisoriamente in alcune stanze delle ex scuole elementari che affacciano sulla piazza. In una stanza del Comune viene interrogato più volte dal terribile “poliziotto” Carlo De Sanctis, tra raffiche di domande e scariche di legnate sulla schiena.
Cherubino viene trattenuto nel carcere di Codigoro dal 16 dicembre 1944 al 9 gennaio 1945 e rilasciato con la diffida di non svolgere più attività politica; Servilio rimane rintanato nella soffitta della casa dei nonni a Massenzatica (sede del Comando tedesco di zona), dalla quale uscirà il 23 aprile 1945, non senza essere tornato di nascosto alla Casona e aver liberato due partigiani là nascosti; la moglie Angelina Patrignani rischia molto nei suoi tentativi di far liberare il marito: esile nell’aspetto ma tanto forte da presidiare la piazza di Codigoro, arriva a sfidare il vice commissario De Sanctis: Sono la moglie di Feggi. So che lei ha interrogato mio marito e lo ha picchiato: voglio sapere come è messo. Sappia che se lei lo fa ammazzare o ammazza mio marito io lo vendico!
L’ordine di scarcerazione di Walter viene firmato il 15 o il 16 aprile 1945. Nonostante l’opposizione del comandante del distaccamento delle Brigate Nere di Codigoro, il pretore Giovanni Zizak controfirma l’atto. Dopo due giorni lo prelevano dalla cella e lo portano nell’ufficio del pretore che, tutto soddisfatto, gli dice: “Ce l’abbiamo fatta, lei può andare a casa”. Non ci volevo credere...
Tra il 19 e il 21 aprile le celle del carcere di Codigoro si svuotano.
Libero, Walter riprende la sua attività a sostegno della Resistenza, torna alla Casona, riceve i complimenti degli Alleati per la precisione dei rilievi sui fondali della Sacca di Goro, passa l’inverno del 1945-46 a bonificare i terreni della Casona per renderli coltivabili... con l’animo rivolto ad una nuova vita.
Una vita terminata con l’estremo saluto nella chiesa di San Martino Vescovo di Codigoro il 19 gennaio 2013, con l’abbraccio commosso di tutta la Comunità e dei famigliari. Nel ricordo delle nipoti è il nonno buono, nell’omelia di don Lino Trabucchi un uomo giusto.

I “tupìn”sono definiti “delinquenti” dagli stessi fascisti; «l’etimologia del nome non è ben chiara, forse, il termine dialettale corrispondente a topi che si insinuano, che rodono, che colpiscono a tradimento, con destrezza .... Si trattava comunque di un corpo di guardie scelte alle quali venivano dati in dotazione un mitra, un tascapane con due bombe ed alcuni buoni da cento lire. Tutti giovani, ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni, sembra fossero circa 238 ...»
(«La Gazzetta del Po», 30 luglio 1945)
«... avevano la loro sede in città, ma si irradiavano in tutta la provincia in gruppi di aderenti e con camion, e guai a chi non salutava il gagliardetto al loro passaggio, i tupìn scendevano d’impeto, giù botte da orbi quando non sono colpi di mitra» («La Gazzetta del Po», 13 agosto 1945)

 
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