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Casa dell’Agnese: le donne nella Resistenza

La confluenza del fiume Senio nel Reno è stata, nel tempo, un luogo strategico di transiti importanti fra l’entroterra, le valli e la costa adriatica. Durante la battaglia per la liberazione di Ravenna, nel dicembre 1944, confluirono qui numerosi partigiani della Bassa per prendere parte a quell’importante combattimento. La fattoria nota oggi con il nome “Casa dell’Agnese” fu scelta nel 1975 come location da Giuliano Montaldo per girarvi il film “L’Agnese va a morire”, tratto dall’omonimo romanzo di Renata Viganò che nel 1949 si era aggiudicato il Premio Viareggio. L’autrice, in effetti, aveva vissuto la resistenza in questi luoghi, come infermiera, sfollata a Filo insieme al marito, Antonio Meluschi, lui pure scrittore e comandante partigiano.
La storia dell’umile lavandaia che offesa dalla guerra, lentamente prende coscienza e parte nella lotta di liberazione, fino a diventarne protagonista di rilievo, si basa sul realismo dell’esperienza condotta dall’autrice fra gli abitanti e gli argini di queste terre. L’uscita del film nel 1976 fu accolta in Romagna da un ampio consenso popolare in quanto portava per la prima volta sullo schermo il contributo popolare delle donne partigiane e delle tante staffette che avevano contribuito alla resistenza in pianura.

 

L'Isola degli Spinaroni

All'epoca della seconda guerra mondiale il dosso su cui oggi sorge il Centro Visite   tra le acque di questa Pialassa era molto più ampio e ricoperto da una densa vegetazione spontanea, tra cui prevaleva l'olivello selvatico (Hippofaё rhamnoides) comunemente detto spinarone, che dà il nome all'isolotto.
Nell'estate 1944 il movimento partigiano ravennate era formato da cinque distaccamenti mobili che operavano clandestinamente per lo più in campagna.
Ma con l'avvicinarsi delle truppe alleate dirette su Ravenna in agosto fu costituito su quest'isola un sesto distaccamento, intitolato al partigiano “Terzo Lori” caduto in combattimento pochi mesi prima, anche per offrire un rifugio più sicuro a quei militanti che si erano più esposti nella lotta e che non potevano più rimanere nei paesi d'origine.
Per la prima volta fu così allestita una base partigiana permanente tra queste valli, attrezzata con una cucina, un'infermeria, una stazione radio da novembre in contatto permanente con gli Alleati e dei ricoveri per far dormire al coperto gli uomini.
Inizialmente si raccolsero qui circa 160 partigiani aggregati alla 28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini” che andarono aumentando nei mesi successivi fino a mobilitare oltre 600 combattenti attivi nella liberazione di Ravenna, avvenuta il 4 dicembre 1944.
Da quest'isola partivano di notte, guidati da sapienti barcaioli locali, partigiani in grado di attaccare i convogli tedeschi in transito sulla Statale 16 Adriatica e di stanza lungo la costa a presidiare i depositi petroliferi di Casal Borsetti.
Tra il 19 e il 23 novembre salpò da qui anche la missione decisiva con cui il comandante Arrigo Boldrini, detto Bulow, prese contatto a Cervia con gli ufficiali inglesi dell'VIII Armata per concordare l'azione irradiante dei partigiani che ai primi di dicembre combatterono a nord di Ravenna per consentire agli Alleati l'agevole liberazione marciando da sud e da ovest.
Dopo aver scambiato circa 500 messaggi radio con i reparti inglesi e canadesi, ricevuto armi e attivato decine di staffette sul territorio i partigiani della 28° impegnarono le truppe tedesche dal 4 al 7 dicembre nel più grande scontro di pianura che la resistenza romagnola ricordi, garantendo così l'incolumità di Ravenna e dei suoi preziosi monumenti.

 

Il salvataggio della Basilica di Classe

Nel mese di novembre 1944 gli Alleati provenienti da Cervia lungo la statale n° 16 Adriatica furono fermati nella loro avanzata dai tiri precisi dell'artiglieria tedesca che presidiava gli accessi a Ravenna.
Dopo aver tagliato l'argine destro dei Fiumi Uniti e allagato tutta la fertile campagna circostante i soldati della Wehrmacht riuscivano infatti a dominare quello spazio pianeggiante controllando ogni movimento sospetto dall'alto dei 37 metri del campanile della Basilica di Classe, trasformato per l'occasione in osservatorio militare.
Quando il Comando Alleato, per sbloccare la situazione di stallo, aveva già programmato un attacco di artiglierie congiunte sull'antica chiesa che ne avrebbe provocato la sicura distruzione, un'azione congiunta di guastatori inglesi e di partigiani romagnoli del distaccamento “Garavini” ottenne la sospensione del bombardamento e portò a termine una fortunata incursione che salvò l'integrità della Basilica.
Era la notte del 19 novembre 1944: un reparto speciale della Porter Force britannnica, agli ordini del maggiore Wladimir Peniakoff, denominato Popsky's Private Army, a bordo di grandi jeep equipaggiate con potenti mitragliatrici, precedeva l'avanzata della 1° Divisione canadese.
Al loro fianco da alcuni giorni collaboravano i partigiani della zona cervese e delle Ville Unite agli ordini del vicecomandante del distaccamento. Assieme a lui guidava la pattuglia un partigiano che nei mesi precedenti era stato inviato dalla Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna ad eseguire lavori di protezione intorno ai mosaici bizantini del VI secolo d.C.
Protetto dal fuoco alleato il commando entrò nella chiesa e ridusse al silenzio il presidio tedesco, in parte catturato e in parte scacciato, risparmiando così il bombardamento e l'assedio che erano stati inizialmente previsti.
La coraggiosa missione dei 35 volontari, di cui 9 combattenti romagnoli e 26 incursori britannici, risulterà acclarata e riconosciuta solo anni dopo la Liberazione, grazie proprio alla testimonianza dei soldati di Peniakoff.

 

Ravenna: il prezzo della liberazione

La fase finale della Seconda guerra mondiale in Romagna fu particolarmente sofferta.
Una volta liberata Cervia il 22 ottobre 1944 gli Alleati contavano ancora di spingersi fino a Ravenna e alle Valli di Comacchio, ma impiegarono oltre un mese nel  percorrere quegli ultimi venti chilometri.
Nella loro avanzata furono ostacolati dai campi minati predisposti dai tedeschi, che procurarono numerose vittime fra la popolazione civile anche dopo la fine della guerra, e soprattutto dalle piene dei fiumi Savio e Bevano che ruppero gli argini in più occasioni e allagarono tutta la campagna circostante.
Il giorno 5 novembre, durante un'incursione aerea alleata, fu colpita e distrutta l'antica basilica romanica di S. Maria in Porto Fuori, citata da Dante e decorata con affreschi trecenteschi; nel crollo della chiesa e del campanile perirono quel giorno ben nove persone.
Fu però grazie alla collaborazione avviata con le formazioni partigiane facenti capo alla 28° Brigata Garibaldi, e al piano di battaglia concordato con Bülow, che gli Alleati furono indotti a combattere fino a metà dicembre, quando tutto il restante fronte italiano era fermo, con una manovra avvolgente da sud e da ovest che avrebbe raggiunto la capitale bizantina senza compromettere i suoi monumenti.
Mentre questo piano trovava attuazione,  i tedeschi avevano predisposto una doppia linea difensiva lungo il Lamone e più a sud lungo i Fiumi Uniti, per potere arretrare gradualmente e contare anche su retrovie protette.
All'interno di questo spazio, a pochi chilometri da qui, nella frazione di Madonna dell'Albero, in seguito ai primi scontri con partigiani e canadesi, i tedeschi attuarono la più ampia strage di civili mai avvenuta nel corso della guerra in Romagna.
Il 27 novembre 1944 soldati della Wehrmacht trucidarono lì ben 56 civili presso  alcune abitazioni di via Nuova, dopo aver colpito poco prima anche il sacerdote del posto don Mario Turci, colpevole solo di aver posto dei segni di riconoscimento intorno alle mine tedesche.
Solo nei giorni successivi alla liberazione di Ravenna, avvenuta nella mattinata del 4 dicembre, allorché gli Alleati poterono attraversare anche l'ultimo corso dei Fiumi Uniti, apparve agli abitanti del posto la drammatica entità della strage, ricostruita  per voce di un unico sopravvissuto e da una successiva inchiesta degli inglesi.

 

Il fronte di guerra sul fiume Reno e la 28° Brigata Garibaldi

Nell'ambito delle operazioni per la liberazione di Ravenna, ai primi di dicembre del 1944, i piani di battaglia concordati col movimento partigiano prevedevano che gli Alleati raggiungessero anche Sant'Alberto, fino a prendere possesso delle Valli di Comacchio.
Per questo motivo, in appoggio all'avanzata dei Canadesi, i partigiani della 28° Brigata GAP avevano costituito una base clandestina tra le vicine Valli di Mandriole ed organizzato una pattuglia di volontari provenienti da Alfonsine, forte di circa 200 uomini, detta “Colonna Wladimiro” che, dopo alcuni giorni di combattimenti lungo il Reno, in effetti raggiunse Sant'Alberto la mattina del 6 dicembre 1944 tenendola per poche ore.
Riuniti qui con altri militanti che oramai controllavano i territori allagati fino alla costa ravennate, i partigiani attesero invano l'avanzata alleata ed i loro mezzi corazzati, che invece dopo Ravenna  preferirono dirigersi verso nord percorrendo la Statale 16 Adriatica.
Così la controffensiva tedesca poté rioccupare Sant'Alberto con alcuni atti di feroce rappresaglia e fermare l’avanzata degli Alleati fino al 5 gennaio 1945, allorché per iniziativa del generale Foulkes i Canadesi della 5° Divisione Corazzata raggiunsero l’argine sud del Reno e liberarono definitivamente la comunità di Sant’Alberto, imponendo però lo sfollamento alla popolazione.
I tedeschi avevano inviato rinforzi dalle retrovie e cercato di difendere ad ogni costo  questi territori di importanza strategica, ma dopo intensi scontri dovettero arretrare,  perdendo circa 300 uomini e più di 600 prigionieri.
Nei giorni successivi un evento singolare fu dato anche dalla riorganizzazione partigiana: gli uomini della 28° Brigata Garibaldi che avevano combattuto in quell’ultimo mese non furono smobilitati, ma il 12 gennaio 1945 furono schierati   lungo il nuovo fronte sul Reno, alle dipendenze del V Corpo d’Armata britannico. Una settimana dopo furono ufficialmente riconosciuti come Unità autonoma di combattimento ed equipaggiati con armi inglesi: infine il 19 febbraio furono posti agli ordini del Gruppo Cremona, parte del nuovo esercito italiano. Passare dalla lotta clandestina alla guerra regolare fu un'esperienza quasi unica nella lotta di liberazione.
Per alcuni mesi il comando tattico della 28° Brigata rimase situato presso una casa colonica di Sant’Alberto: qui giunsero in visita i più alti ufficiali alleati e il 17 febbraio 1945 anche il Luogotenente del Regno Principe Umberto di Savoia.

 

Le difese costiere

Il 1944 a Ravenna è l'anno dell'occupazione militare tedesca che si concluderà solo a dicembre con la liberazione del capoluogo.
Nel corso dei mesi precedenti però i tedeschi presidiarono in modo particolare il porto Canale e la foce dei fiumi, nel timore che uno sbarco dal mare degli Alleati potesse aggirare le loro linee difensive in Romagna, che dall'estate 1944 stavano lentamente ripiegando sotto gli attacchi degli anglo-americani.
I fondali poco profondi e gli arenili degradanti potevano infatti prestarsi bene allo sbarco ravvicinato di mezzi corazzati e di truppe alleate che i tedeschi avevano ordine di fermare ad ogni costo.
Tutto l'alto Adriatico venne presidiato con cura, ma in particolare il tratto costiero fra Cervia e la foce del Reno fu munito di robusti sistemi difensivi in cemento armato costruiti tramite l'Organizzazione Todt, unità di civili italiani di supporto all'attività bellica tedesca.
Tale impresa traeva il nome dal suo fondatore, l'ing. Fritz Todt che prima della guerra aveva guidato in Germania la costruzione di autostrade, ponti e grandi opere.
Negli anni del conflitto la Todt arruolava operai del posto, inizialmente retribuiti, ma alla fine anche costretti al lavoro forzato sotto la minaccia delle armi.
Per controllare l'orizzonte da cui poteva arrivare un eventuale sbarco furono costruiti presso l'ingresso del porto canale ravennate numerosi bunker, postazioni per due o più soldati, per lo più del tipo Tobruk, cioè torrette seminterrate con una uscita di sicurezza laterale,  equipaggiate nella sommità con una mitragliatrice antiaerea o un mortaio.
Altre volte si trattò di vere casematte che arrivavano fino a 16 metri di lunghezza per 10 di larghezza, con pareti di grosso spessore.
Vietata l'attività dei pescherecci e sgombrata la linea dell'orizzonte da ogni altra costruzione civile queste opere difensive consentivano ad un limitato numero di soldati di tenere sotto tiro chilometri di costa o approdi importanti.
Un'altra soluzione atta ad impedire la marcia interna dei mezzi blindati nemici fu per i tedeschi la costruzione dei cosiddetti denti di drago, sezioni piramidali alte quasi mezzo metro, tutte in cemento armato, e poste a distanza ravvicinata di un metro circa una dall'altra, ancorate ad un basamento rigido, per un ampio tratto di spiaggia, di solito nelle fasce retrodunali.
Tali costruzioni sono ora visibili in spazi demaniali o all'interno di proprietà private, oppure sono state del tutto interrate, per le difficoltà incontrate nel tentativo di demolirle.
Ancora oggi tra Marina di Ravenna e Punta Marina si possono riconoscere i resti di ben 15 bunker e di un centinaio di denti di drago.

 

Testi a cura dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Ravenna e Provincia

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